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Nemmeno mille letture, partecipazioni a conferenze, visioni di documentari o mille parole mi avrebbero potuto preparare per la realtà della situazione qui.
Semplicemente, non puoi immaginartelo finchè non lo vedi.
Ed anche quando ne sei ben consapevole, la tua esperienza non è per nulla la realtà: immagina i problemi che avrebbe l’esercito israeliano, se colpisse una cittadina statunitense disarmata, o il fatto che io ho i soldi per comprare dell’acqua anche quando bombardano un pozzo, o il fatto, naturalmente, che io posso andarmene quando voglio. Nessun membro della mia famiglia è stato colpito mentre guidava la sua auto, da un lanciarazzi posizionato su una torre di guardia che svetta in fondo alla strada principale della mia città.
Io ho una casa, io posso andare a vedere l’oceano.
Quando esco per andare a scuola o al lavoro posso essere relativamente certa che non ci sarà un soldato armato fino ai denti, a metà strada tra Mud Bay e Olympia, che mi aspetta a un posto di blocco, con il potere di decidere se posso andare a farmi gli affari miei e se posso tornare ancora a casa, quando ho finito di farmeli.
Alla fine di questo divagare di pensieri, io sono a Rafah: è una città di 140mila abitanti, circa il 60 per cento dei quali profughi, molti dei quali profughi per due o tre volte. Oggi, quando sono salita sul mucchio di rovine che una volta erano case, i soldati egiziani; poco oltre il confine, mi hanno gridato “Vattene, vattene”, perché avevano visto arrivare un carro armato. Poi mi hanno salutato e mi hanno chiesto: “Come ti chiami?”. C’è qualcosa di fuori luogo, in questa curiosità.
Mi ha ricordato che, in fondo, siamo tutti ragazzi curiosi di altri ragazzi.
Ragazzi egiziani che gridano a una strana donna che sbarra la strada ai carri armati.
Ragazzi palestinesi colpiti dai proiettili dei carri armati, quando sbucano da dietro i muri per vedere che cosa succede.
Ragazzi di tutte le nazioni che si mettono davanti ai carri armati sventolando bandiere.
Ragazzi israeliani rinchiusi nell’anonimato dei loro carri armati, spesso gridando, qualche volta salutando, molti costretti ad essere lì, molti solo aggressivi, pronti a sparare alle case appena ce ne andiamo.

Queste parole sono tratte da una e-mail di Rachel del 07 febbraio 2003 diretta alla famiglia.
Un mese dopo, esattamente il 16 marzo 2003, morirà uccisa dalle lame di un bulldozer israeliano.

Non si può dimenticare.

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