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L’acqua dovrebbe essere un bene comune.

In Palestina in realtà non lo è.

Riporto dal sito di Bds Italia questo articolo di Amira Hass, scrittrice e giornalista israeliana, che chiarisce molte cose :

Israele ha adottato  il sistema del  contagocce nel fornire l’acqua ai palestinesi invece di permettergli il controllo diretto di questa  risorsa naturale.

di Amira Hass

Rino Tzror è un giornalista che tende a polemizzare con i propri intervistati piuttosto che a lusingarli. Eppure giovedi scorso non ha fatto il suo dovere e ha permesso al ministro della Giustizia Tzipi Livni di gettare polvere negli occhi del pubblico in merito alla polemica sul tema dell’acqua con Martin Schulz, il presidente del Parlamento europeo.

Livni è stata invitata al suo programma della radio dell’esercito come una persona equilibrata che avrebbe criticato il comportamento verso Schulz  del ministro dell’Economia Naftali Bennett e  colleghi  (il partito di Bennett, Habayit Hayehudi, si è precipitato fuori dalla Knesset durante il discorso di Schulz, quando questi si permise di chiedere come mai agli israeliani sia stata assegnata una quantità d’acqua quattro volte maggiore di quella dei palestinesi).

“Ho detto [al presidente del Parlamento UE], ‘Ti sbagli, ti hanno volutamente tratto in inganno “, ha detto a Tzror. “L’ acqua non è distribuita così. Israele dà ai palestinesi più acqua di quello che ci siamo impegnati negli accordi  provvisori.”

Lo stesso verbo «dà» avrebbe dovuto accendere il fusibile di Tzror. Ma Livni lo ha incantato con il suo fare da maestrina, con le sue lamentele contro la posizione palestinese sull’ acqua desalinizzata e sulla Commissione comune  sull’acqua.

Così questi sono i fatti:

* Israele non dà l’acqua ai palestinesi; semmai gliela vende a prezzo non scontato.

* I palestinesi non sarebbero stati costretti a comprare l’acqua da Israele se questa non fosse una potenza occupante che controlla le loro risorse naturali, e se non fosse per gli Accordi di Oslo II, che limitano il volume di acqua che possono produrre, così come lo sviluppo e la manutenzione delle loro infrastrutture idriche.

* L’accordo provvisorio del 1995 avrebbe dovuto portare ad una definizione permanente della questione entro cinque anni. I negoziatori palestinesi si sono illusi che così avrebbero ottenuto la sovranità e il controllo delle loro risorse idriche.

I palestinesi erano la parte  debole, disperata, facilmente ingannabile e superficiale quando si andava nei dettagli. Pertanto, in tale accordo Israele ha imposto una divisione scandalosamente ineguale, umiliante e esasperante delle risorse idriche della Cisgiordania.

* La divisione si basa sul volume di acqua prodotta e consumata dai Palestinesi ai tempi dell’accordo. Ai palestinesi sono state assegnati 118 milioni metri cubi (mcm) all’anno da tre falde acquifere tramite perforazione, pozzi agricoli, sorgenti e precipitazioni. Stai attento, Rino Tzror: lo stesso accordo ha assegnato annualmente ad Israele 483 milioni metri cubi dalle medesime risorse (e, in alcuni anni, questo limite è stato anche oltrepassato).

In altre parole, il 20 per cento circa va ai palestinesi che vivono in Cisgiordania, e il restante  80 per cento va agli israeliani – che vivono su entrambi i lati della Linea Verde – e che godono inoltre di risorse dal resto del paese.

Perché i palestinesi dovrebbero accettare di pagare l’acqua dissalata da Israele, che costantemente ruba loro l’acqua che scorre sotto i loro piedi?

* Il secondo maggior scandalo dell’accordo: per quanto riguarda la gestione e la comercializzazione dell’acqua Gaza è stata condannata a essere autosufficiente e ha dovuto fare affidamento sulla falda acquifera all’interno dei suoi confini. Come possiamo descrivere questa ingiustizia? Sarebbe come se i residenti del Negev fossero costretti a sopravvivere con le falde acquifere della regione Be’er Sheva-Arad, senza il collegamento con l’Acquedotto nazionale e senza tener conto della crescita della popolazione. L’eccessivo pompaggio a Gaza, che causa l’infiltrazione dell’ acqua marina e delle acque reflue nella falda acquifera, ha reso il 90 per cento dell’acqua potabile imbevibile.

Potete immaginare? Se gli israeliani avessero avuto in mente la pace e la giustizia, gli accordi di Oslo avrebbero  creato un’infrastruttura idrica che collegasse la Striscia al resto del paese.

* Secondo l’accordo, Israele continuerà a vendere 27,9 milioni metri cubi di acqua all’anno ai palestinesi. Nella sua generosità colonialista, Israele ha accettato di riconoscere i bisogni futuri dei palestinesi per ulteriori 80 milioni metri cubi all’anno.  L’ accordo è dettagliato in tutti i suoi punti con la scrupolosità di un avaro magnate capitalista. Israele venderà un po’ e i palestinesi perforeranno il rimanente, ma non nella falda montuosa occidentale. Questo è proibito.

Ma oggi i palestinesi producono solo 87 milioni metri cubi in Cisgiordania – 21 milioni metri cubi in meno di quello loro assegnato a Oslo. La siccità, i limiti israeliani sullo sviluppo e sulla perforazione di nuovi pozzi, e i limiti [imposti] alla possibilità di movimento sono i motivi principali. La cattiva gestione palestinese è secondaria. Così, Israele “dà” – o meglio, vende – circa 60 milioni di metri cubi all’anno. Vero. Che è più di quello che gli Accordi di Oslo II gli hanno concesso di vendere. E questa è la devastante conclusione: l’aumentata dipendenza palestinese dall’occupante.

* Israele tiene il coltello dalla parte del manico nel porre un limite allo sviluppo delle infrastrutture e ai progetti di ristrutturazione. Ad esempio, Israele ha imposto all’Autorità Palestinese condutture più strette del necessario, vieta alle comunità dell’area C di collegarsi alle infrastrutture idriche, indugia nell’approvare le perforazioni e ritarda nella  sostituzione delle tubature guaste. Da qui la perdita del 30 per cento di acqua dalle condutture palestinesi.

* 113.000 palestinesi non sono collegati alla rete idrica. Centinaia di migliaia di altri sono tagliati fuori da un regolare approvvigionamento durante i mesi estivi. Nell’Area C, Israele vieta persino lo scavo di cisterne per la raccolta dell’acqua piovana. E questo si chiama dare?

* Invece di passare il tempo calcolando se i consumi pro capite di acqua della famiglia media israeliana è di quattro volte o “solo” tre volte superiore a quelli del consumo palestinese, aprite gli occhi: gli insediamenti immersi nel verde, mentre dall’altra parte della strada quartieri urbani e villaggi palestinesi sono soggetti ad una politica di rotazione [nell’approvigionamento] dell’acqua. Le spesse tubature Mekorot (l’acquedotto nazionale israeliano) si dirigono verso gli insediamenti della Valle del Giordano, mentre lì vicino un trattore palestinese trasporta una cisterna arrugginita di acqua [captata] da lontano. In estate, a Hebron i rubinetti sono a secco mentre non smettono mai di fluire a Kiryat Arba e a Beit Hadassah.

Tutto questo vuol dire “trarre volutamente in inganno”?

Fonte: Haaretz

Traduzione di Carlo Tagliacozzo

http://bdsitalia.org/index.php/ultime-notizie-no-mekorot/1145-watergate

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