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Ringrazio Giuseppe Tandoori per avermi dato il permesso di condividere il racconto di ciò che ha visto oggi a Piazza Venezia.

Oggi a Piazza Venezia ho visto la violenza dentro i suoi occhi. Sono partito verso le 17.30. Adoro viaggiare in metro con la musica nelle orecchie. Ho scelto i Sigur Ros per dare serenità al mio stato d’animo troppo messo alla prova in questi giorni.
Mi piace fissare le persone per cercare di rubare i pensieri. Nessuno se ne accorge per fortuna. Scendo al Colosseo. Cammino in mezzo ai turisti verso l’altare della patria. Mi aspetto di trovare bandiere e kefieh. Nulla. Nessuno. Ma c’è un clima strano. Continuo a camminare. Quasi vagando. Tolgo la musica. Mi guardo intorno. Nulla nessuno. Vado oltre. Raggiungo una piazzola sul lato corto del palazzo dove si affacciava il duce. C’è una serie di gruppetti di ragazzi. Sono tutti uguali. Rasati e molto curati nella muscolatura. Parlottano. Sembra stiano preparando qualcosa di losco. Mi soffermo. Uno mi guarda torvo e mi indica sgomitando al suo amico. Faccio finta di nulla. Accendo una sigaretta. Perdo il loro interesse. Tocco il mio tascone per carezzare la kefiah nascosta (per fortuna).
Svolto l’angolo un altro capanello. Uno di loro è al telefono “a ma nu rompe, tranquilla, mica sto da solo, semio in tanti”.
Ho un brivido.
Mi allontano.
Sento di essere passato in mezzo ad uno squadrone della morte.
Continuo a girare intorno alla piazza.
Faccio un giro completo.
Prendo un caffè.
Niente. Nessuno.
Vengo avvisato con un sms del posto in cui si potrebbero trovare i ragazzi e le ragazze venuti per far sentire la voce del popolo represso che ho imparato ad amare visceralmente.
No. Cazzo. Ma sono proprio vicino a quelli.
Allungo il passo.
Sono preoccupatissimo.
Arrivo vicino al capolinea a pochi metri dal campidoglio.
Troppo tardi.
Quel povero cristo è già a terra. Pestato per bene da uno di quei gruppetti di picchiatori uscito dal ghetto solo per donare violenza. Quel ghetto che ho sempre visto con occhi pietosi per la storia che reca in sé.
Ha la testa escoriata, una spalla che va per cazzi suoi e dolori diffusi. Gli dó la mia acqua. Prende. Ringrazia. Ma tiene la bottiglietta tra le mani. Mi fa una dolcezza indescrivibile. Come si fa a picchiare uno così? Vedo nei suoi occhi quelli di un bimbo palestinese. Piango e mi guardo intorno. Incontro qualche viso sconosciuto. Ma non riesco a restare più di tanto. Tutto saltato. Tutto a puttane. Tranquillizzo chi era in pensiero per me e decido di rincasare. Con la morte nel cuore. Il ragazzo va via in ambulanza. Io rimetto le cuffie e me ne vado a spasso col cervello.
Sono triste.
Arrabbiato.
E spreco le ultime forze per vomitare chiedendomi se questo è un uomo.

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