Cerca

lamartocchia

Sono figlia del cammino, la carovana è la mia casa (Amin Maalouf)

Categoria

Gaza

20140804-232331-84211665.jpg

Le cose, così come sono a #Gaza

BuMZcKLCcAAFXHQ

(Ringrazio Maria Elena)

Lo scopo di tutti gli orrori a cui stiamo assistendo durante l’ultima offensiva israeliana contro Gaza è semplice: tornare alla normalità. – Noam Chomsky

Per la Cisgiordania, la normalità è che Israele continui a costruire insediamenti e infrastrutture illegali per inglobare nel suo territorio tutto quello che ha un minimo di valore, lasciando ai palestinesi i luoghi meno vivibili e sottoponendoli a repressioni e violenze. Per Gaza, la normalità è tornare a una vita insopportabile sotto un assedio crudele e devastante che non consente nulla di più della mera sopravvivenza.

La scintilla che ha provocato l’ultimo attacco israeliano è stato il brutale assassinio di tre ragazzi di un insediamento della Cisgiordania occupata. Un mese prima, a Ramallah erano stati uccisi due ragazzi palestinesi, ma la loro morte aveva fatto poco scalpore. Cosa comprensibile, visto che è la norma. “Il disinteresse istituzionalizzato di tutto l’occidente non solo ci aiuta a capire perché i palestinesi ricorrono alla violenza”, dice l’esperto di questioni mediorientali Mouin Rabbani, “ma spiega anche l’ultimo attacco di Israele contro la Striscia di Gaza”.

L’attivista per i diritti umani Raji Sourani, che vive a Gaza da anni nonostante l’atmosfera di terrore e i continui episodi di violenza, ha dichiarato in un’intervista: “Quando si comincia a parlare di cessate il fuoco, la frase che sento dire più spesso è: ‘Per noi è meglio morire che tornare alla situazione in cui eravamo prima di questa guerra. Non vogliamo che sia di nuovo così. Non abbiamo più né dignità né orgoglio, siamo bersagli facili, la nostra vita non vale nulla. O la situazione migliora sul serio o preferiamo morire’. E sto parlando di intellettuali, accademici, persone comuni. Tutti dicono la stessa cosa”.

Nel gennaio del 2006, quando si sono svolte elezioni libere e attentamente monitorate, i palestinesi hanno commesso un terribile crimine: hanno votato nel modo sbagliato, dando il controllo del parlamento a Hamas.

I mezzi d’informazione continuano a ripetere che Hamas vuole la distruzione di Israele. In realtà i suoi leader hanno chiarito più di una volta che accetterebbero la soluzione dei due stati che è stata proposta dalla comunità internazionale e che Stati Uniti e Israele bloccano da quarant’anni. Israele, invece, a parte gli occasionali discorsi vuoti, vuole la distruzione della Palestina e sta mettendo in atto il suo piano.

I palestinesi sono stati immediatamente puniti per il crimine commesso nel 2006. Stati Uniti e Israele, con il vergognoso consenso dell’Europa, hanno imposto durissime sanzioni alla popolazione colpevole e Israele ha alzato il livello della violenza. Con l’appoggio degli Stati Uniti ha subito progettato un colpo di stato militare per rovesciare il governo eletto. Quando Hamas ha avuto la sfrontatezza di sventare quel piano, gli attacchi si sono intensificati.

Non dovrebbe essere necessario ricordare tutto quello che è successo da allora. L’assedio e i violenti attacchi sono stati intervallati da momenti in cui “si falciava il prato”, per usare la simpatica espressione con cui Israele definisce gli omicidi indiscriminati nell’ambito di quella che chiama la sua “guerra di difesa”. Una volta che il prato è stato falciato e la popolazione indifesa cerca di ricostruire qualcosa dalle rovine, di solito si arriva a un accordo per il cessate il fuoco. L’ultimo è stato deciso dopo l’attacco israeliano dell’ottobre 2012, chiamato Operazione pilastro di difesa.

Anche se ha continuato il suo assedio, Israele ha ammesso che Hamas ha rispettato quel cessate il fuoco. La situazione è cambiata nell’aprile del 2014, quando Hamas e Al Fatah hanno stretto un patto di unità nazionale che prevedeva la formazione di un governo di tecnocrati non associati a nessuno dei due partiti. Naturalmente Israele si è infuriato, e la sua rabbia è cresciuta quando gli Stati Uniti e il resto dell’occidente hanno approvato il patto, che non solo indebolisce l’affermazione di Israele secondo cui è impossibile trattare con una Palestina divisa, ma anche il suo obiettivo a lungo termine di dividere la Striscia di Gaza dalla Cisgiordania.

Bisognava fare qualcosa, e l’occasione si è presentata il 12 giugno, quando in Cisgiordania sono stati uccisi i tre ragazzi israeliani. Il governo di Benjamin Netanyahu sapeva dall’inizio che erano morti, ma ha finto di ignorarlo fino a quando non sono stati ritrovati i corpi, così da avere l’opportunità di attaccare la Cisgiordania. Il primo ministro Netanyahu ha affermato di sapere con certezza che Hamas era responsabile di quelle morti. Ma anche quella era una bugia.

Uno dei maggiori esperti israeliani di Hamas, Shlomi Eldar, ha dichiarato quasi immediatamente che gli assassini dei ragazzi probabilmente appartenevano a un gruppo dissidente di Hebron che da tempo è una spina nel fianco per Hamas. E ha aggiunto: “Sono sicuro che non sono stati autorizzati dai leader di Hamas, hanno solo pensato che fosse il momento giusto per agire”.

Ma i 18 giorni di offensiva seguiti al rapimento sono riusciti a mettere in crisi il tanto temuto governo di unità e hanno consentito a Israele di intensificare la repressione, sferrando decine di attacchi anche contro Gaza. In quello del 7 luglio sono morti cinque membri di Hamas, che poi ha reagito lanciando razzi (i primi da 19 mesi) e fornendo così il pretesto per lanciare l’Operazione margine di protezione dell’8 luglio.
Alla fine di luglio i morti palestinesi erano già 1.400, quasi tutti civili, tra cui centinaia di donne e bambini, mentre solo tre civili israeliani erano morti. Vaste zone di Gaza sono ridotte in macerie e quattro ospedali sono stati bombardati, il che costituisce un crimine di guerra.

Le autorità israeliane si vantano dell’umanità di quello che definiscono “l’esercito più virtuoso del mondo”, perché prima di bombardare una casa avverte le persone che ci abitano. In realtà si tratta solo di “sadismo ipocritamente travestito da clemenza”, per usare le parole della giornalista israeliana Amira Hass, “un messaggio registrato che chiede a centinaia di migliaia di persone di lasciare le loro abitazioni già prese di mira, per andare in un altro posto altrettanto pericoloso a dieci chilometri di distanza”. Non esiste nessun posto nella prigione di Gaza in cui si può essere al sicuro dal sadismo israeliano, che potrebbe anche superare i terribili crimini dell’Operazione piombo fuso del 2008-2009.

Tanto orrore ha suscitato la solita reazione dal parte del presidente più virtuoso del mondo, Barack Obama, che ha espresso grande simpatia per gli israeliani, ha condannato duramente Hamas e invitato alla moderazione entrambe le parti.

Quando questa ondata di attacchi avrà fine, Israele spera di essere libero di riprendere la sua politica criminale nei territori occupati senza alcuna interferenza e con il sostegno che gli Stati Uniti gli hanno sempre garantito. Gli abitanti della Striscia di Gaza saranno invece liberi di tornare alla normalità della loro prigione, mentre i palestinesi che vivono in Cisgiordania potranno stare tranquillamente a guardare Israele che smantella quel che resta dei loro possedimenti.

Questo è quanto probabilmente succederà se gli Stati Uniti continueranno a fornire il loro appoggio decisivo e praticamente unilaterale a Israele e a respingere una soluzione diplomatica a lungo sostenuta dalla comunità internazionale. Ma se gli Stati Uniti ritirassero quell’appoggio, il futuro sarebbe molto diverso.

In quel caso si potrebbe andare verso quella “soluzione duratura” per la Striscia di Gaza che il segretario di stato John Kerry ha auspicato suscitando reazioni isteriche da parte di Israele, perché quell’espressione poteva essere interpretata come un invito a mettere fine al loro assedio e, orrore degli orrori, addirittura come un invito ad applicare il diritto internazionale nel resto dei territori occupati.

Quarant’anni fa Israele prese la fatale decisione di preferire l’espansione alla sicurezza, respingendo il trattato di pace offerto dall’Egitto in cambio dell’evacuazione dal Sinai, che Israele aveva occupato e dove stava dando il via ai suoi insediamenti. Da allora non ha mai abbandonato questa politica.

Se gli Stati Uniti decidessero di schierarsi con il resto del mondo, le cose cambierebbero molto. Più di una volta Israele ha rinunciato ai suoi piani quando Washington glielo ha chiesto. Questi sono i rapporti di potere tra i due paesi.

Dopo aver adottato politiche che l’hanno trasformato da paese ammirato da tutti a stato temuto e disprezzato, politiche che ancora oggi persegue con cieca determinazione nella sua marcia verso la decadenza morale e forse la distruzione finale, ormai Israele non ha molte alternative.

È possibile che la politica statunitense cambi? Forse. In questi ultimi anni l’opinione pubblica, soprattutto tra i giovani, si è notevolmente spostata e non può essere ignorata del tutto. Già da alcuni anni i cittadini chiedono a Washington di rispettare le sue stesse leggi, che proibiscono di “fornire alcuna assistenza a paesi il cui governo viola costantemente i diritti umani internazionalmente riconosciuti”, e impongono quindi di ridurre gli aiuti militari a Israele.

Israele è di sicuro colpevole di queste costanti violazioni, e lo è da molti anni. Il senatore del Vermont Patrick Leahy, che ha proposto questa legge, ha sollevato l’ipotesi che possa essere applicata a Israele in alcuni casi specifici. Con una campagna educativa ben organizzata si potrebbe lanciare un’iniziativa in questo senso, che già in sé avrebbe un notevole impatto e potrebbe costituire un trampolino di lancio per ulteriori azioni volte a costringere Washington a schierarsi con “la comunità internazionale” e a rispettare le sue leggi.

Non c’è niente di più importante per i palestinesi, vittime di anni di violenza e repressione.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

 

http://www.internazionale.it/opinioni/noam-chomsky/2014/08/04/lincubo-di-gaza/

I Gazawi vogliono la fine della guerra e dell’assedio

10550860_10152542589785726_5665268788320866021_n

 

Scrive il mio amico Giuseppe Tandoori :

Un fratello da Gaza.
Condividete se volete.

I Gazawi vogliono la fine della guerra con Israele.
Gli attacchi di Israele su Gaza ed i razzi sparati da Gaza in direzione di Israele devono fermarsi.
L’interruzione dell’assedio di Gaza, l’apertura del porto di Gaza e la ricostruzione dell’aeroporto di Gaza renderà possibile tutto ciò.
La popolazione di Gaza merita ciò che ogni altro essere umano può dare per scontato in questo mondo.
Vivo nel nord di Gaza.
Abbiamo perso troppe famiglie, troppe case.
La sola cosa che vogliamo è la pace.
Vogliamo la fine di questa guerra e di questo assedio.
Vogliamo poter respirare, vivere.
È troppo da chiedere?
Spero che il mondo non rimanga impassibile ed indifferente di fronte alla nostra sofferenza, alla nostra tragedia.
La sola cosa che la popolazione di Gaza voglia è la pace con Israele.
Abbiamo perso le nostre case e le nostre famiglie.
Abbiamo perso la nostra libertà.
Abbiamo bisogno di un nuovo inizio, abbiamo bisogno di poter iniziare a ricostruire Gaza, di ricostruire le nostre vite.
Abbiamo bisogno che questi attacchi si fermino e che l’assedio sia rimosso.
E vi preghiamo di portare il nostro verbo, le nostre richieste al mondo intero.

Ramy Balawi

 

 

Mohammed Hussein Saeed Abu Khudair (15 anni)

FireShot Screen Capture #148 - 'Facebook' - www_facebook_comUn aggiornamento da Samantha Comizzoli.

Mi auguro che anche per questo ragazzo vi sia  cordoglio e indignazione.

Perchè la vita dei palestinesi non vale meno.

Non vale meno la vita di nessuno.

Per maggiori info:

http://nena-news.it/gerusalemme-ucciso-per-vendetta-un-giovane-palestinese/

 

 

L’acqua in Palestina, cose da sapere

Immagine

L’acqua dovrebbe essere un bene comune.

In Palestina in realtà non lo è.

Riporto dal sito di Bds Italia questo articolo di Amira Hass, scrittrice e giornalista israeliana, che chiarisce molte cose :

Israele ha adottato  il sistema del  contagocce nel fornire l’acqua ai palestinesi invece di permettergli il controllo diretto di questa  risorsa naturale.

di Amira Hass

Rino Tzror è un giornalista che tende a polemizzare con i propri intervistati piuttosto che a lusingarli. Eppure giovedi scorso non ha fatto il suo dovere e ha permesso al ministro della Giustizia Tzipi Livni di gettare polvere negli occhi del pubblico in merito alla polemica sul tema dell’acqua con Martin Schulz, il presidente del Parlamento europeo.

Livni è stata invitata al suo programma della radio dell’esercito come una persona equilibrata che avrebbe criticato il comportamento verso Schulz  del ministro dell’Economia Naftali Bennett e  colleghi  (il partito di Bennett, Habayit Hayehudi, si è precipitato fuori dalla Knesset durante il discorso di Schulz, quando questi si permise di chiedere come mai agli israeliani sia stata assegnata una quantità d’acqua quattro volte maggiore di quella dei palestinesi).

“Ho detto [al presidente del Parlamento UE], ‘Ti sbagli, ti hanno volutamente tratto in inganno “, ha detto a Tzror. “L’ acqua non è distribuita così. Israele dà ai palestinesi più acqua di quello che ci siamo impegnati negli accordi  provvisori.”

Lo stesso verbo «dà» avrebbe dovuto accendere il fusibile di Tzror. Ma Livni lo ha incantato con il suo fare da maestrina, con le sue lamentele contro la posizione palestinese sull’ acqua desalinizzata e sulla Commissione comune  sull’acqua.

Così questi sono i fatti:

* Israele non dà l’acqua ai palestinesi; semmai gliela vende a prezzo non scontato.

* I palestinesi non sarebbero stati costretti a comprare l’acqua da Israele se questa non fosse una potenza occupante che controlla le loro risorse naturali, e se non fosse per gli Accordi di Oslo II, che limitano il volume di acqua che possono produrre, così come lo sviluppo e la manutenzione delle loro infrastrutture idriche.

* L’accordo provvisorio del 1995 avrebbe dovuto portare ad una definizione permanente della questione entro cinque anni. I negoziatori palestinesi si sono illusi che così avrebbero ottenuto la sovranità e il controllo delle loro risorse idriche.

I palestinesi erano la parte  debole, disperata, facilmente ingannabile e superficiale quando si andava nei dettagli. Pertanto, in tale accordo Israele ha imposto una divisione scandalosamente ineguale, umiliante e esasperante delle risorse idriche della Cisgiordania.

* La divisione si basa sul volume di acqua prodotta e consumata dai Palestinesi ai tempi dell’accordo. Ai palestinesi sono state assegnati 118 milioni metri cubi (mcm) all’anno da tre falde acquifere tramite perforazione, pozzi agricoli, sorgenti e precipitazioni. Stai attento, Rino Tzror: lo stesso accordo ha assegnato annualmente ad Israele 483 milioni metri cubi dalle medesime risorse (e, in alcuni anni, questo limite è stato anche oltrepassato).

In altre parole, il 20 per cento circa va ai palestinesi che vivono in Cisgiordania, e il restante  80 per cento va agli israeliani – che vivono su entrambi i lati della Linea Verde – e che godono inoltre di risorse dal resto del paese.

Perché i palestinesi dovrebbero accettare di pagare l’acqua dissalata da Israele, che costantemente ruba loro l’acqua che scorre sotto i loro piedi?

* Il secondo maggior scandalo dell’accordo: per quanto riguarda la gestione e la comercializzazione dell’acqua Gaza è stata condannata a essere autosufficiente e ha dovuto fare affidamento sulla falda acquifera all’interno dei suoi confini. Come possiamo descrivere questa ingiustizia? Sarebbe come se i residenti del Negev fossero costretti a sopravvivere con le falde acquifere della regione Be’er Sheva-Arad, senza il collegamento con l’Acquedotto nazionale e senza tener conto della crescita della popolazione. L’eccessivo pompaggio a Gaza, che causa l’infiltrazione dell’ acqua marina e delle acque reflue nella falda acquifera, ha reso il 90 per cento dell’acqua potabile imbevibile.

Potete immaginare? Se gli israeliani avessero avuto in mente la pace e la giustizia, gli accordi di Oslo avrebbero  creato un’infrastruttura idrica che collegasse la Striscia al resto del paese.

* Secondo l’accordo, Israele continuerà a vendere 27,9 milioni metri cubi di acqua all’anno ai palestinesi. Nella sua generosità colonialista, Israele ha accettato di riconoscere i bisogni futuri dei palestinesi per ulteriori 80 milioni metri cubi all’anno.  L’ accordo è dettagliato in tutti i suoi punti con la scrupolosità di un avaro magnate capitalista. Israele venderà un po’ e i palestinesi perforeranno il rimanente, ma non nella falda montuosa occidentale. Questo è proibito.

Ma oggi i palestinesi producono solo 87 milioni metri cubi in Cisgiordania – 21 milioni metri cubi in meno di quello loro assegnato a Oslo. La siccità, i limiti israeliani sullo sviluppo e sulla perforazione di nuovi pozzi, e i limiti [imposti] alla possibilità di movimento sono i motivi principali. La cattiva gestione palestinese è secondaria. Così, Israele “dà” – o meglio, vende – circa 60 milioni di metri cubi all’anno. Vero. Che è più di quello che gli Accordi di Oslo II gli hanno concesso di vendere. E questa è la devastante conclusione: l’aumentata dipendenza palestinese dall’occupante.

* Israele tiene il coltello dalla parte del manico nel porre un limite allo sviluppo delle infrastrutture e ai progetti di ristrutturazione. Ad esempio, Israele ha imposto all’Autorità Palestinese condutture più strette del necessario, vieta alle comunità dell’area C di collegarsi alle infrastrutture idriche, indugia nell’approvare le perforazioni e ritarda nella  sostituzione delle tubature guaste. Da qui la perdita del 30 per cento di acqua dalle condutture palestinesi.

* 113.000 palestinesi non sono collegati alla rete idrica. Centinaia di migliaia di altri sono tagliati fuori da un regolare approvvigionamento durante i mesi estivi. Nell’Area C, Israele vieta persino lo scavo di cisterne per la raccolta dell’acqua piovana. E questo si chiama dare?

* Invece di passare il tempo calcolando se i consumi pro capite di acqua della famiglia media israeliana è di quattro volte o “solo” tre volte superiore a quelli del consumo palestinese, aprite gli occhi: gli insediamenti immersi nel verde, mentre dall’altra parte della strada quartieri urbani e villaggi palestinesi sono soggetti ad una politica di rotazione [nell’approvigionamento] dell’acqua. Le spesse tubature Mekorot (l’acquedotto nazionale israeliano) si dirigono verso gli insediamenti della Valle del Giordano, mentre lì vicino un trattore palestinese trasporta una cisterna arrugginita di acqua [captata] da lontano. In estate, a Hebron i rubinetti sono a secco mentre non smettono mai di fluire a Kiryat Arba e a Beit Hadassah.

Tutto questo vuol dire “trarre volutamente in inganno”?

Fonte: Haaretz

Traduzione di Carlo Tagliacozzo

http://bdsitalia.org/index.php/ultime-notizie-no-mekorot/1145-watergate

Blog su WordPress.com.

Su ↑

Penny

Corri e salvati. Poi torna.

Franz is running

Above all, try something.

Jung Italia

Blog di Psicologia Analitica e Moderna

RASSEGNA FLP: materiali da testate generaliste su Freud, Lacan, la psicoanalisi

"... evitiamo di sacralizzare il testo, e lasciamoci piuttosto impregnare dall'opera, dato che quello di Freud è un pensiero in perpetuo movimento" (J.-B. Pontalis).

Polvere da sparo

Sono figlio del cammino, la carovana è la mia casa _Amin Maalouf_

WOMEN NOT AFRAID

“Siamo pervase dalla nostalgia per l’antica natura selvaggia. […] Ci hanno insegnato a vergognarci di un simile desiderio.” C. P. E.

Due

No Blog

assolocorale

dum fata sinunt vivite laeti

lamartocchia

Sono figlia del cammino, la carovana è la mia casa (Amin Maalouf)

Ex UAGDC

Documentazioni "Un altro genere di comunicazione"

BatBlog

pensieri per resistere, idee per vivere. meglio.

DonneViola

Siamo Donne Viola, donne che non hanno bisogno di urlare e prevaricare per far sentire la propria voce nella società

perchénoblog

è una questione di domande

Con le mani in pasta

Diario culinario di una mamma metà cuoca, metà contadina

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: